Fuori dalla “forever war”
Da sempre Barack Obama usa l’arte oratoria per tracciare linee di demarcazione fra il prima e il poi, segni di un cambiamento di stagione politica. E’ un virtuoso nel genere “svolta storica” che solletica le perversioni dei titolisti. Il discorso che ha pronunciato ieri sulla sicurezza nazionale non ambiva a meno che a ritagliarsi un posto nella storia, ché al di là delle specifiche sull’uso dei droni, sulla base legale per la detenzione nel carcere di Guantanamo e sui doveri del commander in chief Obama ha annunciato in sostanza la transizione dell’America da uno stato di guerra a uno di pace. Il che fa da specchio a una metamorfosi ontologica.
16 AGO 20

Da sempre Barack Obama usa l’arte oratoria per tracciare linee di demarcazione fra il prima e il poi, segni di un cambiamento di stagione politica. E’ un virtuoso nel genere “svolta storica” che solletica le perversioni dei titolisti. Il discorso che ha pronunciato ieri sulla sicurezza nazionale non ambiva a meno che a ritagliarsi un posto nella storia, ché al di là delle specifiche sull’uso dei droni, sulla base legale per la detenzione nel carcere di Guantanamo e sui doveri del commander in chief Obama ha annunciato in sostanza la transizione dell’America da uno stato di guerra a uno di pace. Il che fa da specchio a una metamorfosi ontologica: l’impero ferito e dimentico della natura nobile che gli appartiene si riappropria di se stesso e della libertà che l’ha baciato alla nascita. Il presidente s’è appoggiato su James Madison: “Nessuna nazione può mantenere la propria libertà in uno stato di guerra permanente”. Ed ecco che con un discorso per cui il costituzionalista di Harvard e il leader empatico si sono complimentati a vicenda, lo stato di guerra permente è d’improvviso rimosso.
Qui iniziano i dubbi, perché il presidente ci ha abituati a tracciare linee storiche evanescenti come le linee rosse sulla Siria, e ieri non ha illuminato alcuni punti oscuri nel grandioso cambio di strategia. Ha finalmente parlato dei droni, certo, ma senza entrare nel dettaglio delle vittime civili (come le conteggia la Casa Bianca) né offrendo una soluzione specifica per evitare che il governo usi con troppa leggerezza “la faccia della politica estera americana”, come la chiama l’analista Micah Zenko. Ha rimandato la palla al Congresso, sul quale ricadrà la colpa in caso di fallimento. Lo stesso vale per l’Authorization for Use of Military Force, la cornice legale della guerra introdotta da Bush dopo l’11 settembre 2001, e per i trasferimenti dei detenuti da Guantanamo, sul quale il presidente ha offerto soltanto incentivi minimi. Obama dice che la struttura legale che ci ha portati a questa “forever war” va riformata, bisogna rimettersi in assetto di pace, restringere l’obiettivo sui veri nemici e riprendersi i valori che hanno fatto grande l’America, come se tutti gli altri, prima del gran discorso, se ne fossero dimenticati.